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Edoardo Conoscenti

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Profilo

Appassionato di arte e letteratura, iscritto alla Scuola Holden di Torino.



Aspirante scrittore e drammaturgo, illustratore e fotografo a tempo perso.

Diplomato al liceo linguistico, studio doppiaggio presso l’Accademia del Doppiaggio a Milano. Frequento per due anni l’università statale di Milano, facoltà di lettere moderne.

Lascio perché se dopo due anni non è amore, è meglio lasciar andare.

Se avessi avuto la possibilità di scegliere, non sarei nato lì. Calcolando l'umidità, la nebbia, la scuola troppo vicina a casa e la cameretta troppo piccola. Che io lo volessi o meno, però, la casa rosa arroccata zeppa di scale è dove si è indurita la pelle dei miei gomiti.

Appena l'ebbero vista, presentarono la proposta d'acquisto. Il gelsomino al posto dell'edera, così che si senta il suo profumo, così che copra le crepe della vernice rosa.

Ma quando papà non camminerà più, non l'avremo comunque goduta abbastanza.


Produzioni

Renato

Motociclista appassionato

Nato il 4 aprile dell'81 a Brembate di Sopra da mamma casalinga scorbutica e padre assente militare, viaggiava su un triciclo prima di imparare a camminare. Correndo per i filari delle campagne bergamasche, passò i primi anni senza rotelle in bicicletta e la merenda nelle tasche.

Crebbe di corsa, agitato, stralunato, eppure un ragazzo a modo ed educato. Rimase basso e magro come un chiodo. Sua mamma disse che era colpa della dieta, mangiava poco: ravioli in brodo e polenta con brasato. A quattordici anni, con la mamma che lo pregava di studiare dicendogli: ‘le gambe le hai già belle che sbucciate!’, prese il patentino, acquistò un vespino e trovò anche un amico, un cane.

Scappa adesso Renato, piega toccando i 70 col suo motorino truccato, torna a casa, riposa ed esce il giorno dopo ancora più eccitato.

Ma un giorno Renatino va in città e alla finestra del panettiere vede la Rosetta, la nipote del ferroviere, che gli lancia uno sguardo repentino, niente più.

Butta l'occhio, manco apposta, eppure non pensa ad altro che a quel suo vestito blu. Posa il casco, si tocca la pancia, capisce di star male e si dice: son malato, ripararmi quanto costa?

Va a letto a riposare senza niente aver capito, si sveglia in piena notte che nel sogno pareva avesse fatto a botte. Ancora tutto intontito si alza di scatto e dalla camera è già fuori. In cucina, colazione di traverso e un aspetto assai diverso, lui rabbuiato ma il cielo terso.

Renato impacciato non si capacitava del mal di pancia esagerato, prese la moto ma dimenticò il casco slacciato. A manetta e disperato da far ridere scivolò fino alla riviera ligure, ma lì arrivato guardando il mare lungo e le spiagge così piatte, si accorse di esser uscito persino in ciabatte. Di correre deve smettere. Trova una panca bianca e ci si accascia per riflettere. In sé di fretta deve tornare e solo un modo ha per riuscirci: guidare. Riparte e curva dopo curva passa il mal di pancia. Col sorriso e il buonumore ritrovato eccolo ancora Renato di nuovo spensierato. Accelera tra i limoni e gli oliveti che gli sembra di planare ma si dimentica del freno e finisce dritto a mare. Ci finisce lui con la sua vespa senza che nessuno lo potesse aiutare.

Si accorsero ore dopo di lui che non sapeva nuotare.

Recuperarono la vespa, solo giorni dopo trovarono al largo anche la testa.

Giorni d'attesa lì a Brembate dove riportarono il corpo del povero Renato tutto dai pesci divorato.


Il funerale alla legge di Dio fu conforme. C'eran tutti: il padre in uniforme, il prete lusinghiero, la mamma vestita di nero, persino il suo cane.

Tra la gente li accalcata c'era anche chi non lo conosceva.

Tra i tanti la Rosetta e ti assicuro che piangeva.



Terra


Divisa in due file irregolari e distanti, ogni giorno, la schiera di uomini parte dal paese che non è ancora l’alba, accompagnata dalle prime rondini; va verso i campi lontani. Ognuno ha già sarchiato il suo piccolo orto (erano ancora pochi ad averlo, in quegli anni prima della Riforma), e le campagne in paese sono già tutte divelte: ma lassù, dove la terra è dura, c’è ancora da dissodare. La schiera va a piedi, per chilometri, con la vanga e la zappa in spalla per arare i campi dei latifondisti, per tirare a campare.

Si sono seduti a fianco a una pozza per abbeverarsi, ciascuno dalla propria latta, in disparte. Di caldo non ne fa ancora, quindi ripartono subito, (è bastato per vederli meglio).

Dei sedici solo alcuni parlano siciliano, (mi pare d’aver sentito), gli altri, invece, sembra parlino albanese, (ma non so ben dirlo, e importante non è, perché poco pare abbiano da dirsi); si scambiavano parole qualsiasi, per patire meno fatica, ma senza mai dire nulla che avesse un fine o quantomeno un punto. Marciano passo dopo passo, fino ai campi più alti, con le pietre e ciuffi di ginestre non ancora fiorite tutt’intorno man mano che si sale, come se non si conoscessero nemmeno, sebbene tutti e sedici portino camicie lise, e sotto le camicie le canottiere, e i calli duri sulle mani e la schiena che ora no, ma sicuro avrebbe fatto male col passare degli anni.

Dei sedici, non tutti hanno i peli già neri; c’è qualche viso nemmeno butterato. Nonostante ciò anche i più giovani, arrivati alla piana, assegnati ognuno al suo pezzo di terra, lavorano senza distrarsi, a capo chino. Quelle zappe in aria sembra che disegnino per rompere il suolo. Lo squarciano. Non si impietosiscono davanti alle ferite della terra che si crepa. Senza distrarsi, tutti, la schiena che si inarca e i muscoli che si tendono e rilassano cadenzati, assuefatti, fino a sera. Tutti meno che uno. Serafino si distrae con facilità, nonostante abbia le mani grandi di suo padre a pochi metri da lui. È l’unico che ha occhio verso il lago che si vede da quassù anche quando non si mangia; immagina il porto e il mare di Palermo che non ha mai visto. Suo fratello invece lo vide, perché suo padre, dice, è da lì che partì per la guerra; poi è infastidito da una mosca; poi il terreno suona come il ferro della sua zappa, che gli rimbalza indietro. È tanto duro che converrebbe usare un piccone, ma arrivare fino alla casa del padrone a farne domanda significherebbe perdere tempo, e quindi pensa che tanto lo farà qualcun altro e si fa un poco più avanti. Ma poi, sentendo il fiato estenuato di suo padre dietro di lui tenta ancora, perché pensa che gli avrebbe detto che se c’è del duro da levare è meglio che lo si faccia subito, perché sarà comunque lavoro da fare, e il callo si ispessisce e quando si incontrerà la prossima zolla dura si avrà più forza. Batte con foga ma lo sforzo, da solo, è vano contro l’autorità di quel sasso. Così chiama suo padre. Lui scopre un altro poco di quella forma dura, poi si appoggia alla zappa e si porta la mano sul mento: c’è una roccia, che anche se in parte è ancora nascosta gli appare potente; E quella pietra, da soli, non la si leva. Il padre chiama altri due, che si lamentano di aver perso del tempo e il ritmo ma poi, inchinati per vedere l’entità del masso, si dimostrano coinvolti, e chiamano altri due, che fanno lo stesso.

Lì con uno scopo comune, tutti e sedici o quasi, (davanti ai problemi c’è sempre chi finge di non vedere, ma non giudicateli, perché non lo fanno coloro che combattono il terreno) si sente distintamente: ‘sta Petra ranni l’amu a livari assemu’. E allora assieme e con le vanghe iniziano a scavare e lottare con veemenza, i ragazzi non da meno. Un colpo ciascuno, volta per volta, la grande pietra si sbriciola e frantuma, e insieme la fanno piccola, e sollevano quel che resta del macigno e lo rovesciano e ne godono, liberati da quel peso.

Mentre riposano quel tanto che possono, (a terra o seduti sulla pietra rovesciata), si ascolta il rombo di un aereo; da due anni non fa più paura. Serafino sorride e indica il cielo;

serra la mano sinistra nel pugno un istante solo, forse per proteggersi dal sole: è già alto. I contadini si alzano in piedi. Guardano là dove mira il braccio del ragazzo. Ben fermi sui loro talloni, paiono i fiori della ginestra, che non possono far altro che muoversi nel vento, insieme.



ereditiamo cemento e confusione

solidarietà

Gioco

Mi sono tagliato con la carta

sapore di ferro

dopo messa la ringhiera dei becchini

e il San Bernardo che sbavava


Al ponte, dopo tanti anni rivedo Tommaso

ti butti dice

magari

Domenica

Vento

Hai la cataratta

e ciondolava per la strada ciottolata, finendo per appiccicarmi di granita.


Con i muscoli tesi tra la sabbia

senza nemmeno riuscire

a pisciare se il mare ha le onde

Animazioni

Incipit

Fino alle olive


Mi svegliai e la sensazione era di un’avventura prematuramente interrotta. Quella notte, oltre all'insonnia e al brusio notturno, mi fece compagnia un sibilo costante tra le tempie, che non terminò prima che battessi la lingua sul palato mentre mi alzavo, prima che il sole fosse alto, prima che zio Mimì chiamasse per dirmi che nonna era morta. La partecipazione al funerale sarebbe stata più che gradita. Avrei dormito con Tommaso, nelle due brande separate dalla lampada e dal rosario dai grani dorati, nella stessa stanza rosa pallido dove si dormiva da bambini le notti di giugno. Arrivato a Palermo scoprii che poco avevo perso di lui, anche stando distanti. Mi disse che la vita si uniforma e si assomiglia. Nel sedile del guidatore si sforzava di stare diritto. Raccontò del suo lavoro, del diploma di sua figlia. Con la sua omelia si rassicurava di aver ritrovato un fedele, qualcuno che ascoltasse. Tacque solo quando i lati della strada si fecero scuri e un odore intenso e tostato arrivò alle narici, ed eravamo già allo svincolo di Cefalù.

Il paese, ad agosto, alita l’aria calda dalle mura, ti strozza anche all’ombra. Vestiti di nero, camminammo fino alla Matrice Vecchia; osservai il prete, canuto e macilento ma dalla pelle coriacea. La folla era piccola eppure invadente. A fatica dividevo curiosi e sofferenti. Zio Mimì, mio fratello e io formavamo la prima fila. Dei funerali nulla mi cattura, esclusa la litania dei santi, l’appello: anche oggi li convoca tutti. Fu un rito breve e sincero, con il rispetto che conviene ai proseliti più buoni. Uscimmo dal fresco della chiesa a testa bassa, tra chi lacrimava e chi esprimeva dolore con la riga della bocca. Rimanemmo soli io e Tommaso e seguimmo la strada per casa, dove finalmente tolsi il completo nero che mi irritava la pelle e il colletto bianco rigido che mi premeva contro il collo. Assetati bevemmo tanto da non mangiare.

Poche ore dopo ritrovammo zio Mimì all’incrocio, dove iniziava la strada sterrata. Ci aspettava all’ombra d’un ulivo. Indossava una canottiera bianca con il portamento che avrebbe meritato una divisa. Ci volle mostrare quello che restava del terreno e quelle quattro mura ormai senza forma, cotte dal sole. La contrada sembrava abbandonata tutt’intera, e pareva che dalla campagna di nonna a San Mauro, lassù, in cima al monte, non si sarebbe incontrato nessuno.

Parlò per primo Tommaso: - Che ci conviene fare, Mimì? Vendiamo?

- Non conviene, - rispose zio Mimì, continuando a spaccare con le scarpe vecchie la terra riarsa, che era crepata e sotto le suole scrocchiava - la curo io finché ho forza, almeno fino alle prossime olive.

Io e Tommaso ci guardammo e feci finta di intenderlo. Poi salii a memoria fino all’albero di limone, prima delle pale dei fichi, prima di quello che rimaneva della recinzione. Lì guardai, trovai un piccolo varco e mi sporsi oltre, ricordando del piccolo fiume, ora in secca.

Sentii il bisogno di andare a cercare, così gridai a Tommaso, che stava ancora giù con Mimì. Salì al limone, vide il letto asciutto del fiume e si agitò, come se avesse bisogno di andare a pisciare. Arrivammo a fatica lì dove l’acqua in autunno solca l’argilla. Continuammo in silenzio, e Tommaso si assicurò che anche io ricordassi, quando sorridendomi disse: - Vincevi sempre tu.

Eppure in me era vivido il ricordo che vincesse sempre lui, che io da buon fratello minore tornassi ogni volta sconfitto dalla corsa, che arrivassi a toccare sempre per ultimo il grande sughero. Scorsi laggiù solo ulivi e qualche frassino e tutt’intorno nient’altro che macchia.





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Cofondatore e collaboratore della rivista Interiorume, nata a marzo 2023

Nell’estate 2020 ho scritto la raccolta di poesie ‘été’

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